“Le storie sono come barche. Non c’è storia di lotta o ricerca che non porti il nome di una donna inciso sullo scafo. La donna è il viaggio e la meta.” (p. 306) La citazione, che si può leggere anche sulla quarta di copertina, è la dichiarazione d’intenti di Alessandro D’Avenia per questo romanzo, pubblicato nel 2017 da Mondadori; per quanto mi riguarda, il terzo della sua bibliografia. La sua arte di raccontare, definita “pura gioia”, affronta una sfida di notevole ambizione: dipanare l’intreccio di diversi legami affettivi, all’interno della polarizzazione tra l'amore autentico che si traduce nella donazione di sé e il disamore in cui, al contrario, prevalgono l’egoismo e lo sfruttamento narcisistico dell’altro per l’affermazione del proprio io. Un dinamismo che attraversa gran parte della prosa dell’autore. Il tutto è definito in una “forma così strana”, come riconosce lui stesso nelle pagine dedicate ai ringraziamenti; la struttura segue la metafora del viaggio – che tornerà prepotentemente nel suo ultimo bestseller Resisti cuore. L’Odissea e l’arte di essere mortali – narrando ben trentasei storie, divise in triadi, in un flusso narrativo che attraversa dieci soste, fino all’arrivo. Il capitolo finale si intitola La metamorfosi e non a caso: perché la cellula generativa del romanzo, che funge anche da collante di ogni singola storia, è proprio tratto dal capolavoro ovidiano, il mito di Orfeo e Euridice (già citato qui), narrato al capitolo X. Come testimonia lo stesso autore, la forza narrativa di quest'opera, in cui s’intrecciano l’amore, la perdita, l’invidia distruttiva, il viaggio negli inferi e la vita oltre la morte, lo ha accompagnato fin dai tempi dell’università: “La scintilla dell’innamoramento scoccò quando, all’inizio del primo libro, Ovidio racconta del momento in cui il Dio, che plasmò le cose dell’universo, pose le stelle nel cielo e ‘sidera coeperunt toto effervescere caelo’, le stelle cominciarono a scintillare nel cielo. Il verbo ‘effervescere’ risvegliò in me la nostalgia di non riuscire più a vedere il cielo stellato come lo vedevano gli antichi. [...] Ma il colpo di grazia giunse quando, nel descrivere la creazione dell’uomo da parte di quel divino artefice, il poeta dice che lo fece a immagine degli dèi, dandogli un ‘viso’, perché potesse entrare in relazione con il ‘firmamento’, vincendo quel sentimento di vergogna del vivere che più comunemente chiamiamo paura.” (p. 15) Il romanzo è declinato al femminile: protagoniste sono le donne, nelle diverse sfumature delle rispettive nature, nelle vocazioni più profonde e nei ruoli come mogli, amanti, compagne di vita, madri, analizzate con dovizia nei recessi più profondi dell’anima, a partire da un punto di vista esterno che cambia in ogni capitolo. Quindi, l’ulteriore difficoltà, trasformata dall’autore in un interessante esercizio di stile, è l’abilità di empatizzare e incanalare la particolare complessità della psicologia femminile, oltre che dei personaggi immaginati come narratori delle loro storie. L’elemento fantastico è insito solo nel mito di Ovidio perché le donne raccontate sono tutte realmente esistite e ciò dimostra anche un intenso lavoro filologico e di ricerca delle fonti. Attraverso le loro gioie e i dolori più lancinanti, scopriamo, inoltre, lati inediti di trentasei grandi esponenti del mondo della cultura, artisti come Dante Gabriel Rossetti o Picasso, poeti come Dylan Thomas o Leopardi, scrittori come Dostoevskij e Pirandello, registi come Hitchcock o Fellini. Uomini il cui valore non è misurato in base al prestigio delle loro opere, al seme di eternità insito nei loro lasciti, ma sulla capacità di amare, prendersi cura, rispettare e restare fedeli alle donne che avevano scelto e dalle quali erano stati scelti, sfidando le convezioni sociali, le leggi repressive dei regimi totalitari, i venti di morte diffusi dalle guerre: relazioni che, tuttavia, finivano il più delle volte per essere sacrificate sull’altare della Musa. L’intero romanzo è permeato dall’amore inteso come energia vitale che spinge Orfeo a sfidare la morte pur di ricongiungersi all’amata, che si accende con la passione, è dilaniata dal fuoco della gelosia, muore con il veleno del tradimento, rinasce con l’antidoto della speranza. L’autore, così, in una società in cui prevale l’effetto shock, inteso come “culto del brutto”, quindi della provocazione, dello spirito polemico sordo alle istanze del prossimo, del consumismo sfrenato che informa le relazioni affettive, sempre più precarie e vacue, restituisce un senso di bellezza e un raggio di luce anche alle storie più dolorose e tormentate, con la convinzione tenace che l’amore possa salvare: “il mistero è perché respingiamo la salvezza, gettandoci nelle spire del disamore, nel tentativo di procurarci da soli la vita succhiando quella degli altri. E se il mistero rimane, allora non resta che fargli spazio nella carne, come un bambino si fa strada nel grembo della madre, in un dialogo continuo non tessuto di parole ma di amore silenzioso, perché quando si accoglie il mistero le parole non servono più.” (p. 309)