Un’opera per molti aspetti attuale che, analizzando, anche ironicamente, la società dell’epoca, dimostra come gli stati d’animo, le passioni, gli egoismi dell’essere umano viaggino immutati nel tempo.
E’ diverso dal romanzo classico per eccellenza perché non c’è l’eroe buono e bravo cui si è abituati, al contrario ci troviamo di fronte a tanti personaggi che tra vizi e passioni, tra egoismi ed esibizionismi, tutto rappresentano fuorché l’eroe buono in cui ciascuno vorrebbe identificarsi.
La rappresentante per eccellenza di questa società è Rebecca, la donna ammaliatrice, seduttrice, la gatta morta astuta e arrivista che usa gli altri finché le fanno comodo, che cade e si rialza più volte, continuando per la sua strada e fregandosene dei giudizi e delle cattiverie degli altri; un essere pieno di egoismo che non ama nemmeno suo figlio.
Al suo opposto un altro personaggio ma nemmeno per questo si riesce a provare simpatia: Amelia, la buona e brava mogliettina, la figlia devota e sottomessa che si sacrifica per genitori egoisti e sprovveduti, Amelia dal carattere debole e accondiscendente, che sa solo piangere un marito morto che era tutt’altro che un santo ma che lei adorava e venerava.
E poi non parliamo dei tanti personaggi che hanno comunque una parte nella storia: dal capitano Rawdon marito “fantoccio” completamente soggiogato dalla moglie al valoroso Jos che al primo bum della battaglia di Warteloo se la dà a gambe levate alla vecchia arrogante e orgogliosa zia Crawley che viene messa fuori combattimento dalla nipote, all’orgoglioso vecchio Osborne che non perdona il figlio nemmeno da morto ecc.
L’unico, forse, che è degno di ammirazione è il capitano Dobbin innamorato fedele e rispettoso che, però, ad un certo punto esce fuori l’orgoglio e decide di dire basta ad una devozione assoluta e non corrisposta.