Esordisco ammettendo un errore o, forse, un mezzo errore: ho guardato la serie omonima su Netflix, uscita il 15 gennaio scorso, prima di concludere il romanzo, scoprendo, così, il colpo di scena finale. Ma, in qualche modo, proseguire la lettura mi ha anche consentito di risolvere alcune inesattezze, forzature, criticità del prodotto televisivo. Perché, gira che ti rigira, il romanzo è sempre meglio.
“Qualche volta, alla Christie, sarebbe piaciuto fare ridere? Proprio allegra, lei, non deve esserlo mai stata. Soddisfatta come un gatto, semmai. Oppure, vedeva il successo di pubblico che, a mettere anche lui in scena degli intrighi campagnoli, riscuoteva il grande Wodehouse, e le sarebbe piaciuto... ?” (p. 227) scrive, in una severa e disincantata postfazione, un tantino cervellotica, il compianto giornalista che in Rai inventò il famoso settimanale TV7, scrittore e critico d’arte Claudio Savonuzzi (1926-1990), citando il celebre scrittore umorista inglese Sir Pelham Grenville Wodehouse, contemporaneo della Christie, prolifico e noto per i suoi romanzi in serie, con personaggi e ambientazioni ricorrenti (sì, era anche affiliato a una certa loggia ma, in questa sede, non approfondirei).
In questo romanzo è evidente una notevole dose di umorismo e di ironia che emerge nell’ingenuo espediente che innesca l’intreccio narrativo, nel dipingere il lento ma inesorabile declino della nobiltà nella società britannica, a cavallo tra le due guerre mondiali (tema più che mai attuale), surclassata dall’avanzare della borghesia industriale, nelle forsennate divagazioni della protagonista, lady Eileen Brent detta “Bundle” e, soprattutto, in suo padre, Lord Caterham, vero e proprio comic relief di ogni situazione.
Quindi, la domanda per gli sceneggiatori di Netflix (che figuriamoci se non leggeranno questa recensione😏) sorge spontanea: “Perché far fuori un personaggio così simpatico e sarcastico già nel prologo del primo episodio, connotando di immensa pesantezza le successive tre puntate?”.
In attesa di una risposta (che non arriverà mai), torno al romanzo: in questo cinquantenario dalla morte dell’amata Agatha, il 12 gennaio 1976, a ottantacinque anni, non si può considerare come uno dei suoi capolavori. Non a caso, sembra che ella stessa avesse confessato che la sua opera migliore fosse l'iconico "Assassinio sull’Orient Express".
"I sette quadranti" (The Seven Dials Mystery), pubblicato nel 1929, ebbe un’accoglienza tiepida; stesso destino toccato al romanzo di cui esso rappresenta il sequel, ossia "Il segreto di Chimneys" del 1924, dal quale ritornano, infatti, i personaggi principali. L’autrice, come ricorda Savonuzzi, nell’autobiografia La mia vita, rilasciata postuma nel 1976, dichiara che entrambi si possono ascrivere ad un “genere leggero”, agevoli da scrivere perché “non richiedevano alcuna particolare elaborazione d’intreccio”. E perché costruire opere di questo tipo che non reggevano il confronto rispetto alle serie con Poirot o con Miss Marple?... Perché “pecunia non olet”: “Quello che mi piaceva a quel tempo era che ogni cosa che scrivevo era immediatamente traducibile in denaro sonante [...] e questo mi stimolava moltissimo”. D’altronde, anche un’altra grande scrittrice inglese come Virginia Woolf ricordava in "Una stanza tutta per sé" che la sua carriera da scrittrice fosse decollata a seguito dell’eredità di una rendita annuale, dopo la morte di un’anziana zia e questo giustificava la famosa frase “Una donna deve avere denaro, cibo adeguato e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi”. Sì, condivido🤭 .
Ma, alla luce di queste venali considerazioni, com’è questo romanzo? La trama si dipana da un innocente scherzo infantile. Durante la permanenza nella lussuosa villa di Chimneys, posseduta da Lord Caterham e affittata all’industriale Sir Oswald Coote, una simpatica combriccola di amici cerca di dare una lezione ad uno di loro, Gerald Wade, che la mattina non riesce proprio a svegliarsi e arriva sempre in ritardo a colazione: così gli piazzano otto sveglie in vari punti della camera da letto che iniziano a suonare all’impazzata. Ma Gerald Wade non si sveglierà più perché lo ritroveranno senza vita, nel suo letto, a causa di un apparente suicidio. E non sarà l’unica vittima.
Da lì, partono le indagini di Bundle, una giovane aristocratica dinamica e combinaguai, più avvezza alla guida veloce che ai bei vestiti, per niente convinta dell’ipotesi della polizia: cercherà la verità, sfidando anche qualche pregiudizio maschilista e paternalistico. Nelle sue avventure si confronterà con il Ministero degli Esteri britannico, il sovrintendente Battle, una proposta di matrimonio repellente, un’importante scoperta scientifica e, soprattutto, una losca organizzazione di misteriosi individui, denominata proprio “I sette quadranti”, per via della peculiare forma delle maschere indossate nelle loro riunioni, ognuna puntata ad un orario diverso.
Quindi, vediamo mescolarsi i toni della commedia al genere thriller e spionistico, con un’abbozzata romance, senza troppo trasporto, e un pizzico di critica sociale nei confronti dello snobismo dell’aristocrazia britannica, ancora abituata a guardare dall’alto in basso i ceti inferiori, e la spocchia dei borghesi arricchiti che, con il potere del denaro, potevano affittare le loro residenze, ripagare i loro debiti e procurarsi i tanto agognati titoli nobiliari.
E non manca neanche il ribaltamento della prospettiva iniziale, perché questa apparentemente vituperata organizzazione criminale, il cui nome risuona tra le ultime parole delle diverse vittime che popolano la storia, forse non è ciò che sembra, come ci viene narrato nel solito spiegone finale, immancabile nei romanzi della Christie. Il colpo di scena è rappresentato proprio dallo svelamento dell’identità del loro capo. Il tutto è permeato dalla vena femminista dell’autrice che aveva l’intelligenza e il buon senso di non imporla in chiave ideologica bensì nel suo realismo e purezza e, per questo, risultava più efficace ed eloquente di ciò che emerso nella serie televisiva.
Un romanzo, appunto, leggero, scorrevole e vivace, senza eccessive pretese, “che ci diventa insomma domestico, bizzarro, meritevole di nostalgie rilassanti”. (p. IX)
Leggi la recensione