L’occasione per recuperare questo romanzo del grande maestro del giallo giudiziario mi è stata fornita dalla notizia della produzione di una serie TV, "The Rainmaker", che è stata rilasciata in Italia su Now, a partire da dicembre 2025 e di cui ho già condiviso una nota. Sì, lo so, ho scritto qualcosa di simile anche per quanto riguarda Harry Potter e la pietra filosofale", lo farò anche per "I sette quadranti" di Agatha Christie e chissà quante altre volte. Sperimentare l’interconnessione tra letteratura, cinema e serie TV è una delle mie passioni e ho cercato di farla rientrare anche nel mio lavoro. La serie, per quanto mi riguarda, è stata una deludente e svilente trasposizione, scardinando lo spirito originario, eliminando personaggi importanti, aggiungendone o esaltandone altri (che più che antagonisti risultavano solo respingenti e antipatici) e condizionando lo sviluppo narrativo tanto che non si comprende bene come il povero Rudy Baylor riesca a raggiungere l’esito del processo. Ma John Grisham è accreditato come produttore esecutivo di ben quattro episodi su dieci, quindi, se l’autore ne era a corrente, posso semplicemente indignarmi come fan, ma niente di più. Detto questo, torno con sollievo a scrivere del romanzo: "L’uomo della pioggia" (The Rainmaker) fu pubblicato nel 1995 da Mondadori e rappresentò il sesto di quelle che poi sarebbero diventate ben quarantaquattro opere, sulla scia del successo di "Il socio", e che contribuì a rendere John Grisham lo scrittore più letto negli anni ’90; nel 2025 ha superato ormai i 400 milioni di copie vendute, senza considerare la decina di film e serie TV tratte dai suoi libri. Il titolo è ripreso dal gergo legale che definisce “l’uomo della pioggia” quel genere di avvocato che riesce a produrre i profitti più alti, ottenendo e vincendo le cause più vantaggiose. In questo racconto, rispetto ad altri, probabilmente risaltano con maggiore forza i frammenti del vissuto personale di Grisham in qualità di studente di legge: infatti, dedica diversi capitoli a tracciare il percorso del protagonista, Rudy Baylor appunto, alle prese con gli ultimi test universitari, la laurea e lo studio matto e forsennato per superare il difficile esame di abilitazione. Magari, tra le righe, si potrebbe tracciare un parallelismo anche con le contrarietà che l’autore ha attraversato non solo per diventare avvocato penalista, come già era trapelato dal personaggio di Jake Brigance di "Il momento di uccidere" (1989), ma anche per emergere come scrittore di successo. “La mia decisione di fare l’avvocato diventò irrevocabile quando mi resi conto che mio padre odiava gli avvocati.” (p.7) La narrazione è in prima persona, è Rudy a raccontare i motivi che lo hanno spinto ad iscriversi alla facoltà di legge dell’Università Statale di Memphis, con un rapido e freddo flashback sulla sua famiglia di origine, caratterizzata da un padre alcolizzato (tema dell’alcolismo che torna sovente nei romanzi di Grisham) e una madre avida e indifferente rispetto al destino del figlio: la scelta di diventare avvocato è mossa dal desiderio di riscatto e di sopravvivenza dal punto di vista economico. Il suo rapporto con il settore legale è di odio/amore, lo capiamo dalle divagazioni taglienti e ironiche che rendono immediata l’empatia con il personaggio. L’autore analizza nei dettagli le difficoltà degli avvocati a trovare un impiego nei prestigiosi e competitivi studi legali del sud-est degli Stati Uniti negli anni ’90, visto il numero sproporzionato di candidati rispetto ai potenziali clienti e la battaglia incessante per procacciarsi un caso remunerativo. E, di certo, Rudy non si aspetta di trovare una situazione esplosiva nel quieto "Cypress Gardens Senior Citizens Building", una sorta di residenza per anziani, in occasione di un corso universitario opzionale, con un professore poco gettonato ma attivo nei diritti dei più deboli. Lì incontra la signora Birdie, che vorrebbe redigere un nuovo testamento per diseredare i suoi ingrati figli e, soprattutto, Dot e Buddy Black. Sono due umili genitori che stanno vedendo morire il proprio figlio, Donny Ray, a causa della leucemia, senza poter essere curato, nonostante l’ingente polizza assicurativa stipulata. La madre, uno dei personaggi più intensi del romanzo, non vuole soldi ma giustizia contro la compagnia assicurativa Great Eastern Life che, all’ennesima lettera di reclamo per la mancata assistenza, l’ha anche liquidata come “stupida”. “La chiamata all’avventura” per il nostro eroe è la difesa della dignità della vita umana dei più poveri, in un America spietata, il risveglio della morale e dell'etica in un lavoro dove la vittoria in tribunale non sempre coincide con il trionfo della verità, anche se gli costerà “sporcarsi le mani” e lavorare con sudore, sangue e lacrime. Valori che ritroverà nel suo mentore, Max Leuberg, e nel giudice Kipler, quasi un deus ex machina che sovrasta ogni capitolo con autorevolezza e immancabile sarcasmo. Ed è qui che emerge ancora una volta e con prepotenza il vissuto di Grisham il quale, in ogni intervista, ribadisce la propria insofferenza verso la realtà della società americana degli anni ’60, quelli della sua infanzia, quando era caratterizzata dal razzismo e della segregazione razziale, dal divario abissale tra pochi privilegiati e una moltitudine di emarginati, dalla violenza dilagante e dallo spettro della pena di morte, non risparmiata neanche ai minorenni. Una serie di inquietanti pulsioni che stanno tornando alla ribalta, data l'attuale congiuntura politica degli Stati Uniti. Tali potenti tematiche sociali pervadono tutte le sue opere, senza retorica o cliché. Nel caso di L’uomo della pioggia, in particolare, il nucleo narrativo è la lotta contro la corruzione delle compagnie assicurative americane che fatturano milioni di dollari a spese della salute e della vita di molti cittadini, in un sistema sanitario feroce. L’autore mostra grande abilità anche nel descrivere con profondità emotiva le dinamiche relazionali del protagonista, soprattutto quella con Kelly: l’incontro con questa donna, ingabbiata in un matrimonio precoce e preda di un marito violento, in un’ambientazione che di certo non inspira romanticismo, viene “dipinto” dall’autore con tratti poetici, delicati ma intensi e vibranti. E apre così uno squarcio anche sulla piaga della violenza domestica, rappresentata plasticamente dagli ematomi e dalle ossa rotte del corpo e dell’anima di Kelly. Il romanzo è coinvolgente e avvincente, non rientra propriamente nel genere di evasione, perché è intrinsecamente realistico: per il lettore è facile ritrovarsi nelle tribolazioni attraversate dal protagonista per trovare un impiego dignitoso, nel proteggere le persone che ama, nel preservare la propria etica. Pur nella consapevolezza che, in questa vita, agire secondo coscienza, oltre a scatenare ostacoli e minacce, non sempre ottiene la giusta ricompensa… o, magari, essa arriverà diversamente da come si aspetterebbe. Ciò potrebbe confermarlo anche il finale: riuscirà Rudy a diventare davvero “l’uomo della pioggia”?